DALLE CANTINE MONFORT…ALLA NUOVA ZELANDA. Federico Simoni alla Spy Walley Wine

pubblicato da: admin in Cantine Monfort, Cultura del vino, Nuova Zelanda, Partner, index — 8 July, 2009 @ 8:00 am

Federico SimoniWineBlog vuole oggi condividere con i propri lettori il racconto scritto dal giovane Federico Simoni (delle Cantine Monfort) in relazione all’esperienza che ha vissuto presso un’azienda vitivinicola in Nuova Zelanda.  Confronti, riflessioni ed osservazioni per crescere, imparare e…”fare cultura del vino“!

Mi chiamo Federico Simoni, un anno fa mi sono diplomato presso l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige come enotecnico, e fin da piccolo aiuto mio padre (Lorenzo Simoni) alle Cantine Monfort.

Per arricchire il bagaglio delle mie conoscenze, una volta terminati gli studi, ho deciso di andare prima in Francia (vendemmia 2008) e poi in New Zealand (prima vendemmia del 2009) ed imparare da contesti vitivinicoli diversi. Ciò che vi voglio raccontare in questo post è proprio l’entusiasmante esperienza che ho vissuto in Nuova Zelanda.

Sarà per la sua lontananza o perchè la morfologia e la latitudine (sia pur nell’emisfero opposto) sono molto simili a quelle della nostra Italia, sarà per la sua stupenda natura o perché c’è una realtà vitivinicola di cui prima poco conoscevo, sta di fatto che questa bellissima parte di mondo ha attratto i miei interessi fin dalla scorsa estate. Inviai quindi il curriculum a diverse aziende del posto fino a quando mi proposero una posizione come cantiniere nella regione viticola del Marlborough e più precisamente nella Wairau Valley. L’azienda che mi ha ospitato è la Spy Valley e per gli standard newzelandesi è di piccole-medie dimensioni.

La regione viticola del Marlborough è famosa soprattutto per i suoi Sauvignon blanc, ma ci sono anche tanti altri vitigni che in queste condizioni pedoclimatiche riescono ad esprimere le loro migliori caratteristiche. Mi vengono in mente varietà come Pinot Nero, Gewurztraminer, Pinot Grigio, Riesling e Chardonnay.
Negli ultimi vent’anni la superficie viticola nella Wairau Valley si è molto espansa e la maggior parte della superficie destinata alla produzione di uva si trova nel fondo valle e solamente una piccola percentuale in zone pede-collinari. Le densità dei ceppi ad ettaro variano in base alla zona di coltivazione e in base all’età dell’impianto. Si passa così dai 2800 ceppi/ha nelle zone di pianura e negli impianti più anziani ai 5600 ceppi/ha nelle zone di collina e negli impianti più recenti. Variando le densità cambia anche il sistema di potatura e quindi la produzione media per ceppo che è più alta negli impianti a bassa densità.

Il mio periodo lavorativo è durato da metà marzo fino alla fine di maggio e la vendemmia si dsc02075.JPGè concentrata nel periodo pasquale. Durante le giornate le attività che svolgevo erano molto varie, in particolare lavoravo nella cantina di vinificazione dei bianchi: sfeciature, travasi, lavori con le barriques, utilizzo di filtri e quindi tutti lavori molto manuali. Credo che sia la cosa migliore poter mettere “le mani” in cantina sapendo però quello che si sta facendo. Per fortuna c’erano anche dei momenti tranquilli durante i quali potevo chiedere delle risposte ai miei tanti perché.

Ciò che mi è rimasto più impresso è stato l’enorme uso di gas inerti come azoto e anidride carbonica. La tecnica dell’iperiduzione, infatti, è molto utilizzata soprattutto nelle zone vocate alla produzione di vini bianchi. E’ particolarmente applicata al Sauvignon blanc (circa il 90 % della produzione dell’azienda in cui ho lavorato) per preservarne gli aromi ed evitare le ossidazioni nelle fasi prefermentative. I gas venivano utilizzati sulle uve (sotto forma di ghiaccio secco) per l’inertizzazione delle vasche e durante i travasi.
Un altro aspetto molto interessante è l’uso attento dei lieviti secchi attivi. Su certe partite veniva condotta la fermentazione alcolica utilizzando due ceppi di lievito diversi: la fermentazione alcolica veniva avviata con un ceppo e due giorni dopo veniva aggiunto il secondo che prendeva il sopravvento sul primo grazie al
fattore killer. Scopo di tale operazione era quello di arricchire il bouquet del vino.

In Nuova Zelanda, da quanto ho potuto vedere, ci sono molte aziende (soprattutto quelle più grandi) che producono vini commerciali molto ben curati anche se, allo stesso tempo si possono trovare delle cantine che presentano al mercato dei vini con un’identità spiccata ed interessante.
Nel rapportarmi a tale realtà ho comunque potuto capire che il nostro territorio ed i nostri vini vantano un potenziale invidiabile al quale purtroppo, a causa di una struttura comunicativa non ben strutturata, non si rende pieno merito. Solo camminando nei nostri frammentati vigneti, tra i filari piacevolmente imperfetti o degustando un bicchiere di vino all’interno di una vecchia bottaia, si possono infatti percepire la magia e la poesia che oltre all’esperienza ed alla competenza compongono l’essenza del prodotto. Solo se si parla con un anziano contadino o con un esperto cantiniere si può rimanere realmente ammagliati dalla passione che traspare dalle loro parole.

Sono piccoli ma fondamentali dettagli che mai come in Italia mi sembra vengano valorizzati ed apprezzati, dettagli che fanno di un buon prodotto, un vino eccellente, di una tecnica un sapere, di un mestiere, una passione.

Federico Simoni

Per maggiori informazioni:
Cantine Monfort
Lavis (TN)
tel.: +39 0461 246353
info@cantinemonfort.it
www.cantinemonfort.it

3 commenti
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  1. Trovo questo racconto molto interessante e stimolante.Un ragazzo fresco di diploma che và a fare esperienza in Nuova Zelanda, paese che attualmente condivide con la Stiria ( Austria) il primato d’essere il punto di riferimento per quanto riguarda la produzione del Sauvignon di qualità è un’avvenimento piuttosto particolare. Lì si applica una tecnologia orientata a preservare i profumi di queste uve aromatiche attraverso l’abbassamento della temperatura eallo stesso scopo si indirizza la fermentazione alcolica. Complimenti a Federico che torna in Trentino arricchito di nozioni tecniche che aiuteranno a migliorare i prodotti già peraltro molto buoni dell’azienda di famiglia, ma ancora più importante è a mio parere che Federico si sia accorto di quante opportunità si perdano nel non saper comunicare le emozioni che si provano percorrendo vigneti di rara suggestione o visitando cantine che sono ancora “artigianali”. Questo è un requisito che difficilmente possono vantare le aziende con i vigneti a perdita d’occhio dell’altro emisfero, senza nulla togliere alla eccellenza dei loro vini, ma la magìa, la poesìa e la passione a cui accenna Federico derivano solo dalla “misura d’uomo”.

  2. Complimenti Federico, l’”umiltà” che ti ha fatto apprezzare il valore di poter mettere le mani in cantina mi sembra uno dei punti chiave di questa esperienza!

  3. Io con cantine e vino c´entro poco o niente, ma essendo una buona conosciente di Federico, son passata di qua per leggere il suo articolo. D´accordo con Paolo ed Andrea, a quella “misura d´uomo” ed a quell´”umiltá”, aggiungo tutta la mia stima per aver avuto il coraggio di prendere e partire, di metterti in gioco, nonostante la distanza, l´essere solo per cosí dire, nonostante la lingua, nonostante le diversitá di tutto quel mondo(dal lavorare con molte donne=) a tanto altro), perché, lo sappiamo, non é né facile, né scontato.

    (italiano molto buono!)

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