Se parliamo di viticoltura sudafricana indirizzata alla qualità dobbiamo riferirci a un periodo di non più di tredici anni. Il paese ha alle spalle una storia vitivinicola che ha le sue radici nell’immigrazione di francesi e olandesi a fine ‘600 e inizio ‘700. Furono però le vicende politiche del ‘900 ad ostacolare i viticoltori nel tenere il passo con il resto del mondo.
“Considerando i nostri terreni e le viti che piantiamo, bisogna dire che ci troviamo ancora nell’infanzia!” Parla Neil Ellis dell’azienda Thelema nella regione di Stellenbosch. Per la sua politica di apartheid il Sud Africa è stato oggetto di embargo da parte delle Nazioni Unite per un lungo periodo – sanzioni che hanno avuto un impatto molto forte anche sulla viticoltura. Per primo quasi tutte le piante erano state infettate da virus e l’importazione di materiale sano non era possibile, un problema che ancora si sente. Il mercato interno fu dominato dalle cooperative con un regolamento di limitazione quantitativa; le cooperative inoltre erano più interessate alla produzione di distillati e vini economici che a un prodotto di qualità. Furono pochi i viticoltori a mantenersi indipendenti.
La fine dell’apartheid nel 1994 ha aperto le porte al mercato internazionale e motivato le aziende ad adattarsi al “gusto contemporaneo globale”. I vini esportati nei primi anni dopo l’isolamento erano di una qualità mediocre, “vini che neanche noi stessi sapremmo gustarci in Sud Africa. Ma con l’offuscarsi del ‘Mandela factor’ anche i nostri vini dovevano imparare competere su livello mondiale”, racconta Johann Rupert, proprietario della Ormarins in Franschhoek, una sfida da non poco. (more…)